Pier78

Il mio senso di responsabilità

Non ho mai avuto paura di affrontare le mie responsabilità, per quanto qualcuno si ostini a pensare il contrario, e le ho sempre considerate un valore fondamentale.

Sono cresciuto con due genitori che non hanno mai cercato di svicolare e mi hanno insegnato a fare altrettanto. Senza scuse né inganni, al massimo con qualche temporeggiamento, ho imparato a metterci sempre la faccia ed ho fatto delle scelte, nel corso dei miei anni che hanno sempre previsto un grande carico di responsabilità.

A partire dalla scuola. E’ capitato – sovente – che i professori stabilissero dei turni per consentire a noi alunni di farci trovare pronti al momento dell’interrogazione. Per un motivo o per un altro è successo spesso che qualcuno non si presentasse il giorno dell’interrogazione, facendo slittare il turno a quello successivo, con il rischio di mettere in crisi il compagno del turno seguente che poteva non essere preparato al meglio. Io non l’ho mai fatto, nonostante non avessi studiato e nonostante potessi abbassare la mia già precaria media voto. Ho sempre alzato la mano dichiarando la mia situazione e facendo aggiornare il registro con un voto negativo. Amen. Forse avrei recuperato, forse no, ma non ho mai considerato onesto nascondermi per ottenere qualche privilegio sulle spalle del prossimo.

Per me è stato ed è ancora motivo di vanto, uno dei pochi, sapere che per quanto facessi lo stupido in classe, con battute e scherzi, il giudizio che professori hanno sempre avuto di me: leale. Che è valso più di un 6, 7, 8…

Lo stesso comportamento l’ho adottato nello sport. Ho praticato sport di squadra e mai da singolo per mettermi al servizio del gruppo. Si vinceva o si perdeva tutti insieme e non c’erano protagonisti assoluti. Il successo si celebra con tutta la squadra, il singolo che esulta è quello che finalizza un’azione strutturata da tutta la formazione. Allo stesso modo nella sconfitta l’ultimo errore è quello che risalta di più ma nasce da un fallimento collettivo. Il bello dello sport di squadra è che c’è sempre qualcuno, quell’ultimo, che alza la mano e chiede scusa. Ai compagni, all’allenatore, ai tifosi, assumendosi la responsabilità per tutti. Giocando da solo ce la si può prendere con sé stessi, ma ci si deve giustificare con nessuno.

Dopo lo sport giocato, ho scelto di mettermi dalla parte opposta, quella più difficile: l’arbitro. In tanti mi hanno chiesto e lo chiedono anche a chi ha raggiunto i traguardi più alti, «perché l’arbitro?». Non starò qui a spiegare i motivi della mia scelta che ho intrapreso, sostenuto e amato per 14 anni. Ma per più giorni di ogni settimana sono stato nella condizione di dover prendere una decisione, cercando sempre di optare per quella corretta, in una frazione di secondo, assumendo le mie responsabilità da cui dipendevano quelle dei ventidue in campo e il seguito in panchina. Dalle mie scelte dipendeva la mia salvezza, il mio rientro a casa ma anche l’intero lavoro di una squadra per la settimana o la stagione in corso.

Non mi sono mai negato a confronti, più o meno civili, spiegando le mie scelte e senza mai nascondermi dietro una divisa che avrebbe potuto offrirmi maggiore sicurezza.

Andando avanti è sempre stato così. Ho compiuto scelte corrette attribuendo i vantaggi alla fortuna, ho fatto scelte errate, scelte sciagurate maledicendo la sorte ma alzando sempre la mano, avanzando in prima fila e mettendoci sempre la faccia. Anche quando non sarebbe servito, anche al posto di altri.

Mi sono sentito dire che sono deludente perché alcune responsabilità mi spaventano. Ma lo spavento, il fermarsi anche impietriti dalla paura non significa nascondersi o scappare. Troppo facile.

Significa cercare la soluzione, sperare di trovarla, chiamare a raccolta forze ed energie per affrontare la sfida che si presenta davanti, dalla più piccola alla più grande che possa esistere. Potrà anche significare non essere pronti, ma non vuol dire che non si possa arrivare ad esserlo a costo di sacrificare il proprio stile di vita senza dover puntualizzare ogni minimo accenno al cambiamento. Il sacrificio per qualcosa che si ama non è mai un peso.

C’è chi sostiene che il modo più veloce per terminare una guerra sia perderla. Pur non essendo un leader e pur avendo molti indici puntati contro, non sono cresciuto con lo spirito di chi si arrende. Può darsi che lo dica, in un momento di stanchezza, di debolezza, di tristezza, ma non mi sono mai fermato. Anzi, ho anche vestito panni che non mi spettavano accumulando altre responsabilità senza mai tirarmi indietro per quelle che sono le mie reali e concrete possibilità. Ho stretto i denti, chiuso gli occhi, preso lunghissimi respiri, percorso chilometri per stemperare la tensione, mi sono tappato naso e orecchie per non sentire puzza e voci e ho sempre proseguito dritto per la mia strada nonostante le vagonate di fango che mi sono state scaricate addosso (per inciso, con il fango ci si ripulisce da eventuali parassiti della pelle, si resta freschi e si crea uno strato protettivo sulla pelle).

Io so quel che voglio ma non posso indovinarlo per gli altri, soprattutto se cambiano obiettivo ad ogni battito di palpebre e se non aprono bocca per far conoscere il loro pensiero. La delusione è figlia di aspettative che ci si crea e non sempre corrispondono a ciò che viene offerto. Alexander Pope diceva «beato l’uomo che non si aspetta nulla, poiché non sarà mai deluso».

Se si iniziasse ad aspettarsi solo quello che gli altri possono offrire, forse si inizierebbe a parlare meno impropriamente di “delusione“, guardando la realtà non solo di fronte ma tutt’intorno dove c’è ben altro che una facciata di agiatezza e comodità.

Pier

Mi chiamo Pierpaolo ma per tutti, da sempre, sono Pier. L'anagrafe dice che io sia nato - come suggerisce il sito - nel 1978 ma spesso ho dei dubbi. Da sempre sono appassionato di tecnologia. Nel 2005 mi sono innamorato di Apple e da allora non ho mai smesso di seguirla.
Sono editor su iSpazio, il primo blog italiano del mondo Apple per cui pubblico notizie e redazionali.
Sono papà di Leonardo, il mio amore più grande.
Le mie altre passioni sono la lettura e la scrittura. Mi piace la musica e il calcio. Tifoso della Juventus, sono stato arbitro di calcio, cosa che mi ha permesso di mettere un po' da parte il tifo e vedere lo sport da un'altra angolazione.

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