Pier78

Arrivederci, Professore

Sabato notte o nelle prime ore di domenica (giorno di Pasqua) se ne è andato il professore di educazione tecnica ed arte che ho avuto al liceo.

Un gran personaggio, niente da dire. Un professore di quelli che non possono che lasciare un segno anzi, nel suo caso e per il suo ruolo, un tratto inconfondibile (sottile, marcato e uniforme) nel percorso di crescita e maturazione di ognuno.

Io ho avuto la fortuna – è proprio il caso di dirlo – di averlo avuto come insegnante e la sua presenza, seppur delle volte bizzarra, mi ha aiutato e mi ha accompagnato molto negli anni di liceo.

Ricordo ancora il primo giorno di scuola, in prima. Lui entra, appoggia il giornale sulla cattedra e il soprabito sulla sedia e va alla lavagna. Prende il gesso e disegna un cerchio. Si volta e mi guarda.

Io, al primo giorno di liceo ero armato delle migliori intenzioni e sedevo al primo banco, proprio di fronte alla lavagna e seguivo le sue operazioni. Dopo aver disegnato il cerchio, quasi perfetto, aggiunge una “gambetta” dalla sinistra del cerchio che va in alto, verso destra, formando un 6. Si volta ancora e, puntando il gesso verso di me, domanda «Ti piacerebbe avere questo voto, da qui alla fine dell’anno?».

Sorpreso, non sapendo cosa possa aspettarmi da una scuola e da un piano di studi completamente nuovo, farfuglio qualcosa che assomiglia ad un sì. Una sufficienza, in fondo, è meglio che niente. Lui scuote la testa e picchia la punta del gesso contro la lavagna: «No! Mai! Se ti accontentassi di un 6 saresti solo un mediocre!» e così cancella la “gambetta” e ne disegna un’altra, stavolta al contrario, dalla destra del cerchio a scendere verso sinistra, tracciando un 9.

«E’ a questo che devi puntare, sempre! Si punta al 9 e al massimo, se non andasse bene, con un paio di rotazioni ti fermi alla sufficienza. Al contrario, con i limiti di un 6 puoi sperare di arrivare al nove solo barando e a me la gente che bara non piace!»

Ripone il gesso e per la restante parte dell’ora non apre più bocca. Una lezione di vita, magari banale, durata l’arco di pochi minuti ma che mi ha fatto capire molte più cose di tutto quanto ho appreso nelle lezione dei restanti anni.

Tra me e lui c’è sempre stato un particolare feeling, forse perché ero particolarmente portato per il disegno tecnico e lui riponeva in me le sue speranze più da padre che da professore. Tanto che, verso la fine della quinta, quando gli dissi della mia intenzione di iscrivermi ad architettura, gli si illuminarono gli occhi e mi invitò più volte a casa sua per prepararmi meglio alla tecnica che avrei dovuto utilizzare. Pomeriggi interi a tracciare su centinaia di fogli righe parallele, rigorosamente a mano libera, distanti 1 centimetro una dall’altra, poi 2 centimetri, poi 3, poi mezzo centimetro e così via.

Se, durante il compito, una riga fosse risultata storta, foglio da buttare e lavoro da ricominciare.

Ma da buon educatore, la sua presenza non si è mai limitata al lavoro da professore. Dal mio modo di disegnare, dal tratto, dalle cancellature prima ancora che dai comportamenti, sapeva comprendere il mio stato d’animo. E di aneddoti riguardo gli anni trascorsi con lui ce ne sono di ogni tipo.

Memorabile resta la gita culinaria intorno a Roma, organizzata per degustare piatti tipici della cucina romanesca con i suoi rimproveri e minacce notturne che all’alba saremmo partiti «…e per tornare a casa!». Oppure quando, cercando di capire il senso di un disegno del mio compagno di classe, uscì dicendo «Tu hai un po’ di confusione in testa. Vai a pescar le rane!».

Oppure ancora un’altra frase che è rimasta nel mio uso quotidiano, al saluto «Buongiorno», lui replica «te lo dirò stasera se è stato davvero un buon giorno».

Una volta, in preda allo sconforto per una delusione d’amore, mi ha raccontato della sua vita e di come aveva capito che la donna che ha sposato sarebbe diventata sua moglie: «Le ho chiesto un appuntamento e all’orario stabilito, mi sono nascosto per vedere come si sarebbe comportata e come avrebbe reagito. All’ora dell’appuntamento non si è presentata. In quel momento ho capito che avrei voluto sposare lei, perché una donna che non si presenta al primo appuntamento con uno sconosciuto è una donna da sposare». In quell’occasione prese un foglio di carta, scrisse qualcosa, piegò il foglio in un formato adatto a poter essere messo in tasca e disse «Questo tienilo nel portafoglio, non leggerlo mai, non guardarlo mai. Tienilo sempre vicino a te».

Sembra, da “indagini” successive e col parere di un docente universitario, che fosse scritto in aramaico o qualcosa del genere, le parti traducibili ricordavano una preghiera, altre parte invece erano completamente sconosciute. Poi il portafoglio è andato perso e con esso anche la preghiera e non ho mai avuto occasione di chiedere spiegazioni in merito.

Anche perché dopo la scuola, dopo il primo anno di università, ci siamo persi di vista. E’ capitato di rivederci in un paio di occasioni e l’abbraccio che ci siamo scambiati faceva trapelare l’idea che il legame che ci unisse non si fosse mai interrotto, nonostante vite diverse, età naturalmente diverse.

Fino all’altra sera, quando la sua strada ha preso una direzione completamente diversa. Non essendo credente, non credo sia stata in salita ed ora non c’è più. La sua partenza mi ha fatto male e ripeto, anche se è passato tanto tempo dall’ultima volta in cui ci siamo visti, sapere che non potrà più succedere, né per caso né per sbaglio, mi dispiace.

Se ne è andato un amico prima che un professore.

Pier

Mi chiamo Pierpaolo ma per tutti, da sempre, sono Pier. L'anagrafe dice che io sia nato - come suggerisce il sito - nel 1978 ma spesso ho dei dubbi. Da sempre sono appassionato di tecnologia. Nel 2005 mi sono innamorato di Apple e da allora non ho mai smesso di seguirla.
Sono editor su iSpazio, il primo blog italiano del mondo Apple per cui pubblico notizie e redazionali.
Sono papà di Leonardo, il mio amore più grande.
Le mie altre passioni sono la lettura e la scrittura. Mi piace la musica e il calcio. Tifoso della Juventus, sono stato arbitro di calcio, cosa che mi ha permesso di mettere un po' da parte il tifo e vedere lo sport da un'altra angolazione.

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